Carburanti al punto di non ritorno: Adani spiega perché la crisi peserà a lungo sui prezzi


Data inizio: 30-09-2026 - Data Fine: 30-11-2026


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Da giorni è forse l'argomento più discusso: il price cap sui carburanti annunciato prima da Eni e poi da altre compagnie (IP, Q8) è al centro di aspri dibattiti e non poche polemiche non solo di natura politica. Perché è stato introdotto? Qual è la sua sostenibilità economica? Quali sono le conseguenze?

Abbiamo rivolto queste e diverse altre domande a Mattia Adani, economista con una lunga carriera al vertice di istituzioni pubbliche nazionali e internazionali (ministero dell'Economia e delle Finanze, Banca Interamericana di Sviluppo, ministero dello Sviluppo Economico), nonché di varie realtà private e associative: oggi, tra i vari incarichi, è presidente dell'Unione Europea dell'Industria dei Lubrificanti, nonché amministratore delegato di Nowal Chimica e Cbc Cad-Oil. 

Dottor Adani, che cosa ne pensa della misura introdotta da Eni? Ha un valore più commerciale o più politico?
Ha entrambe le valenze. Per un colosso strategico, la gestione degli stakeholder di Governo è vitale. L'autoregolazione è sempre preferibile a una stretta calata dall'alto: anticipando un intervento regolatorio diretto sui listini o una tassa straordinaria, Eni ha fatto una scelta squisitamente commerciale a tutela del valore aziendale e di tutti i suoi azionisti.

Eni ha già preannunciato una possibile estensione fino alla fine dell'anno, ma quanto costa mantenere una misura del genere per uno, due o tre mesi? Per quanto altro tempo può essere sostenibile e quali soggetti della filiera sono maggiormente in grado di sostenerla?
Il costo dipenderà dalle quotazioni del greggio. Per i gruppi verticalmente integrati (dall'estrazione alla pompa) la misura è sostenibile, magari con aggiustamenti mensili. Chi rischia il fuorigioco sono gli operatori "indipendenti", che comprano sui mercati spot e vedono i margini azzerati, oltre a chi gestisce impianti in zone isolate o montane, penalizzato dai costi logistici extra che un price cap unico nazionale non contempla.

Secondo Lei, chi sostiene concretamente il costo della misura: la compagnia, la rete, i gestori oppure l'intera filiera, attraverso una diversa distribuzione dei margini?
Il peso maggiore lo mettono le compagnie, che però chiederanno un contributo alla filiera a valle. È la convenienza strategica dell'autoregolazione: una tassa sugli extraprofitti avrebbe colpito solo la capogruppo, mentre il taglio dei prezzi consente di spalmare parte dello sforzo sul resto della rete.

Dopo Eni, anche IP e Q8 hanno annunciato interventi sui prezzi, ma non sono mancate le proteste degli operatori indipendenti. Il price cap potrebbe creare i presupposti per risolvere l'eccessiva frammentazione della rete italiana, mettendo fuori mercato i soggetti più piccoli?
La frammentazione italiana esiste perché il mercato oggi la rende sostenibile, e di per sé non è un male: garantisce concorrenza e copre aree periferiche che i grandi marchi snobberebbero. Meno impianti significano sulla carta più efficienza, ma nessuno garantisce che i risparmi vadano agli automobilisti anziché trasformarsi in extra-margini per chi resta. Questa è un'altra potenziale convenienza strategica dell'autoregolazione: se un numero significativo di pompe indipendenti dovesse chiudere, i grandi operatori ne emergerebbero con un rafforzato potere di mercato.

A suo avviso, perché è stata introdotta questa misura? Alcuni ritengono che il price cap serva a prevenire eventuali provvedimenti sugli extraprofitti. Secondo altri, la possibilità di ridurre i listini dimostrerebbe che nei mesi scorsi le compagnie hanno beneficiato eccessivamente del rialzo delle quotazioni petrolifere. Qual è la sua valutazione?
È una mossa d'anticipo per evitare prelievi forzosi o tetti di Stato. I grandi profitti recenti non nascono da speculazioni, ma da una reale e oggettiva scarsità di carburanti raffinati. Quando un bene primario scarseggia, chi lo possiede ne trae beneficio: non è speculazione, è la legge della domanda e dell'offerta.

Quali indicatori bisognerebbe osservare per parlare correttamente di speculazione?
Ci sarebbe speculazione solo se un player tagliasse o nascondesse artificialmente l'offerta per far schizzare i prezzi. Qui siamo all'opposto: le tensioni attuali dipendono esclusivamente dallo scenario geopolitico globale e non dalle compagnie che operano in Italia.

L'intera filiera petrolifera, dall'estrazione alla distribuzione, sta pagando l'incertezza determinata dalla crisi in Medio Oriente. La fine del conflitto sarebbe sufficiente per riportare i prezzi alla normalità oppure alcune tensioni, per esempio sul fronte della raffinazione e degli approvvigionamenti, sono ormai strutturali?
A mio avviso siamo a un punto di non ritorno simile alla crisi iraniana del 1979. È venuta meno la fiducia nel Medio Oriente come fornitore intoccabile. Le guerre in corso, sia quella in Medio Oriente sia quella tra Russia e Ucraina, hanno significativamente compromesso la capacità di raffinazione mondiale. Per tutelarsi, la logistica globale dovrà mantenere rotte alternative, scorte di sicurezza e creare nuova capacità di raffinazione: il costo di questa "ridondanza" lo pagheremo noi automobilisti alla pompa.

Se la crisi dovesse prolungarsi, quali sarebbero le soluzioni più efficaci? Più fonti rinnovabili, maggiore risparmio energetico, diversificazione degli approvvigionamenti, nuove politiche fiscali o investimenti nella capacità di raffinazione?
L'Europa e l'Italia non rischiano di restare a secco, ma di pagare di più: essendo un mercato ricco, continueremo ad attrarre carburante sottraendolo ad aree più povere. Nel lungo termine bisogna proseguire con l'efficientamento energetico, ma partendo dalla considerazione che l'Italia è già una delle economie più efficienti al mondo. Forzare i tempi o darsi obiettivi irragionevoli rischia solo di generare mostri, e crisi di riflusso contro le pur giuste politiche di efficientamento energetico. Serve un bagno di realtà: l'efficienza va fatta - con calma determinazione - sugli immobili (che assorbono il 40-45% dell'energia) e sulla produzione domestica (rinnovabili e nucleare). Forzare i tempi sulla mobilità e sull'industria con scadenze ideologiche rischia solo di distruggere la competitività e i posti di lavoro in Europa. Sul tema raffinazione l'Europa ha tagliato la propria capacità negli ultimi vent'anni quanto tutto il resto del mondo l'aumentava. Tutta l'industria chimica di base europea è in fortissima difficoltà: l'Unione Europea, con le proprie politiche, pur parlando di indipendenza strategica, non ha fatto che aumentare la dipendenza da altre aree. Tutto l'approccio verso la chimica di base, inclusa la capacità di raffinazione, andrebbe profondamente ripensato. Non è un tema di soldi, ma di regole del gioco che rendono impossibile ai nostri operatori competere ad armi pari con il resto del mondo.


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