Come conseguenza della riattivazione della rotta marittima energetica più critica al mondo, i prezzi del petrolio sono crollati del 10% nella giornata di oggi: segnale che gli operatori leggono un possibile allentamento della strozzatura senza precedenti nei flussi dell'oro nero. Il calo segue anche i segnali di continui progressi nei negoziati per il cessate il fuoco.
Il Brent (parametro di riferimento globale) è sceso a 88,90 dollari al barile, il livello più basso da oltre un mese, mentre il WTI (principale riferimento statunitense) si attesta a 83,35 dollari.
Non ci sarà un collasso immediato del prezzo di benzina e diesel, perché il mercato è regolato da dinamiche che non rispondono istantaneamente alle fluttuazioni del greggio. È il fenomeno della “asimmetria dei prezzi”, per cui il carburante schizza verso l'alto alla velocità di un razzo quando ci sono tensioni, mentre scende con la lentezza di una piuma quando la crisi rientra.
Questa è l'unica certezza. I carburanti che acquistiamo oggi sono infatti stati prodotti con petrolio comprato mesi fa a prezzi di crisi: solo dopo lo smaltimento delle scorte l'eventuale beneficio potrebbe trasferirsi al consumatore. Per il resto, l'incertezza resta sovrana tra la volubilità di Trump, la volatilità geopolitica e le speculazioni internazionali.
Ne è un'ulteriore prova l'attacco del presidente USA all'Alleanza Atlantica: “Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla NATO in cui gli alleati mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta”, ha scritto sul suo social Truth. Il blocco navale americano rimarrà comunque pienamente in vigore ed efficace nei confronti dell'Iran. Una linea che conferma come la stabilità dell'area resti legata a un equilibrio precario tra diplomazia e deterrenza.